Sulla maniera nera

Il nero profondo tutto già racchiude: nel magma cupo, che un raggio di luce svela palpitante di inaspettate iridescenze, un mondo sommerso di sensazioni imprigionate, meravigliosi sussurri, promesse inquietanti attende per manifestarsi. Prudenti, successive, pazienti, ansiose, frenetiche violazioni schiudono ad un tratto l’immagine scelta dal caos che la possedeva. Avvolgendo il soggetto, il pretesto, il nodo, che vuole giustificata la volontà, la materia inviolata continua a suggerire presenze; le immagini quasi acheropite galleggiano come su tenebra profonda, che velo dopo velo le ha liberate, forse solo per un attimo. Il mio maniacale intento volto a cancellare e comunque a mimetizzare il più possibile la presenza fisica, la traccia della mano, medium tra mente e opera, l’evitare con cura il fastidioso, corrivo bel segno graficamente risolutore, di cui molti, chissà, forse a ragione menan vanto, e ancora l’evitare i per me aborriti, insopportabili grumi di materia, che, questi sì, sovente ammiro ed invidio in opere d’altri, mi porta e mi costringe, per rispettare queste mie radicate manie, a preferire, nel dipingere e così nell’incidere, tecniche e modi indiretti capaci di portarmi, attraverso gli stretti binari che mi sono imposto, a quei risultati che soli accetto; nei dipinti, a procedere a lievi strati sovrapposti, a velature insomma, al continuo amalgamare, al far sì che le forme si manifestino come incontaminate; nell’incisione poi era fatale che dovessi giungere ad esprimermi ora quasi unicamente con l’antica tecnica della maniera nera, con la quale arrivare ad ottenere, anche per coerenza stilistica, i medesimi risultati raggiunti nella pittura, ma ripercorrendo a ritroso il procedimento, rimuovendo cioè, e non aggiungendo, strato dopo strato la materia superflua e liberando la forma e isolandola con un procedere che in certo modo si avvicina “all’arte del togliere” proprio della grande scultura, e non a caso. L’incisione in generale, ma in specie quella all’acquaforte, vive dell’appunto veloce, del segno elegante; molto è dovuto poi, e l’esperienza me lo conferma, al dono imprevisto di una morsura anomala, di “incidenti di percorso”, che, accolti graditissimi e sfruttati con intelligenza, possono da soli risolvere molte lastre; nella maniera nera, purtroppo, non esistono queste scorciatoie, nè altre di nessun genere. Il rame intatto, splendente, riceve innumerevoli, minimissime scalfitture dal “berceau” che, dopo ore di lavoro, ricopriranno fittamente e per intero la sua superficie, generando così il nero profondo, base delle successive fasi di lavoro. Isolato il soggetto, lo si libera poco a poco della materia che lo serra e il lavoro procede controllatissimo, quasi nulla concedendo all’errore, assolutamente nulla ai ripensamenti. Il raschietto affilato morde il rame e lo modula, il brunitoio d’agata lo accarezza e tutto amalgama; i contorni sfumano nell’ombra senza soluzione di continuità. Unico punto in comune con l’incisione classica rimane il torchio calcografico, chè anche i valori tonali sono invertiti rispetto a questa: i neri sono aggettanti, i bianchi abbassati. Si comprende adesso come certe soluzioni grafiche siano impossibili e anche contrarie alla natura di questa tecnica, specie ora nella sua moderna accezione e come anche il caso fortuito non possa più giungere in aiuto. Davanti alla lastra preparata già leggo i passaggi tonali, le forme che la mia mente possiede, il risultato finale: non rimane che il renderlo palese. Dai primi tentativi, che ormai risalgono a vari anni fa, quando già avevo capito che questa tecnica era a me la più congeniale per aiutarmi ad esprimere come volevo il mondo, che da sempre con coerenza e lucida convinzione non ho mai tradito e che ancora mi accompagna, sono arrivato negli ultimi anni a dominarne i risultati senza che a loro volta essi riuscissero a dominare me.

Torino, ottobre 1983

Alberto Rocco

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