Maniera nera

 

Ci hai la tinctura che tinge
la lastra che morde
la punta che spinge
[…]
Vous verrez! … vous verrez Céline!
chibis! d’ici:

Giuseppe Guglielmi, Combestiario [1974]

Amare un artista è già averlo riconosciuto una volta per sempre. Anche il più profano degli ammiratori nel momento in cui torna ad osservarne l’opera vive una specie di cortocircuito percettivo e insieme di normale agnizione: ecco il tratto linguistico, un esserci speciale della materia, la cifra stilistica. Proprio in un atto così complicato eppure spontaneo, l’attesa fiduciaria, lo spiazzamento e il riequilibrio davanti a qualcosa che si presumeva di sapere per intero (eppure punge sfidando il risaputo) divengono una concomitanza istantanea, una cosa sola. Il gesto di ammirazione, davanti alle lastre di Alberto Rocco, equivale a un privilegio cui oggi si accede molto raramente: rivederle una a una, e poi in sequenza, permette infatti l’esperienza di una ontologia artistica senza aggettivi. Dell’arte che basta a se stessa, che si impone allo sguardo senza alcuna invadenza, che si manifesta nella nuda astanza (così la chiamava un filosofo pensando a un alfabeto paradossalmente muto, di puri segni sovrani), l’opera di Rocco possiede i due tratti essenziali: l’elemento di fissità, vale a dire la vocazione a ripetersi, la fedeltà ossessiva e coattiva alla propria ispirazione, ma pure l’elemento differenziale e dinamico, cioè l’impulso allo sviluppo per tracciati interni, che sappia variare la ricerca senza mai smarginare o tradire la matrice (un ritmo, un’apertura, o forse uno choc primario) da cui trae origine. Nel caso di Rocco, il nero (che non è un fondale ma, al contrario, la massa critica dell’esperienza, anzi condizione di normalità percettiva) il nero, appunto, istituisce la possibilità della forma perché diseppellisce via via i contorni dei suoi pochi oggetti (rigorosamente selezionati, quasi fossero non oggetti ma geometrie universali), ne determina lo spessore ai limiti del rilievo e li accende da dentro della sola luce che meriti il nome, cioè il bagliore altrimenti accecante della luce bianca. Perciò il buio per lui rappresenta tanto la necessità quanto la facoltà del dare forma al visibile. I paesaggi e le nature morte di Rocco non sono un ritorno aristocratico alle bottiglie e ai bricchi di Giorgio Morandi, né un modo di commemorarne e contrario, con gli asperrimi accenti della maniera nera, il repertorio tecnico; nella polvere che il maestro bolognese vedeva rapprendere sulle nature morte c’era la nostalgia di una luce antica e ormai intollerabile al presente, c’era il senso di sconforto e di abbandono inerte: nelle lastre di Rocco senti invece pulsare, per quote progressive di scuro e radure di luce improvvisa, una disperazione o meglio un ardore stoico che non ha bisogno di dichiararsi o, tanto meno, di ostentarsi. Come se additasse nei suoi rari oggetti, gravidi di buio e nello stesso tempo scampati al buio, non una salvezza ma un residuo vitale, uno sguardo tuttavia possibile. Una forma come punto d’equilibrio che possa dirsi ancora umano.

E’ difficile immaginare un artista meno aristotelico di Alberto Rocco, meno legato alla realtà effettuale e scabrosa delle cose, insieme meno realista e meno residenziale. Quelli che lo conoscono e sanno dove vive sanno anche che soltanto un’immaginazione platonica come la sua riuscirebbe a convocare sulla lastra presenze così minutamente definite, lavorate al millimetro, perfette proprio in quanto non mimetiche (alla lettera inventate, create, mai rispecchiate dal vero: più vere del vero, semmai). Nelle composizioni dei decenni trascorsi non esiste paesaggio che preveda l’uomo o un’opera dell’uomo, ma soltanto la scansione di cielo e terra sulla linea dell’orizzonte; e nemmeno sembra esistere supporto, se non l’eterno nero, agli oggetti condotti in primo piano per essere subito abbacinati. Viene da chiedersi cos’abbia visto Alberto e ruminato entro di sé, in tanti anni, lungo la passeggiata che  lo porta dalla casa ad angolo di corso Principe Oddone per via Santa Chiara e corso Principe Eugenio fino all’atelier di corso Regina Margherita, nella zona più spoglia e severa di Torino, tra ippocastani madidi di nebbia, file di automobili e persone che nel traffico sembrano voler andare solo per andare. Niente di tutto questo affiora mai nella lastra, come si trattasse di un prima assoluto, di un altrove da deriva domestica, o di un cosmo troppo familiare per non dover sparire, essendone anch’esso ingoiato, nella compattezza inesorabile del nero. In questo la recente produzione di Rocco, qui di seguito testimoniata, segna decisamente un’apertura, non certo un’abiura e neanche una svolta ma un trapasso verso una maggiore ed esplicita confidenza col mondo. Non vengono meno il nativo platonismo (per cui le cose esistono soltanto nella misura in cui danno l’anima e si profilano in essenza) né la tempra stoica (per cui davvero poche cose lasciano una traccia e meritano appello) ma la loro presenza si infittisce, allude al movimento caotico e alla sbadatezza sublime della vita quotidiana . Il trapasso per lui avviene infatti, e progressivamente, dall’inanimato all’animato, quando vestigia animali e umane si affiancano agli antichi reperti minerali e vegetali, mentre un redivivo chiarore, quasi una foschia elegiaca, li protegge velandoli: vi si assemblano conchiglie ma anche giocattoli, le orografie e lo lo skyline della città colpita a morte, rinoceronti e tartarughe, turgidi frutti e giocattoli, la carne arresa di una donna e le lettere dell’alfabeto degli umani, persino il mare in tempesta che sembra alludere al gesto incendiario di un Turner. E’ qui che l’ammirazione tocca il suo fondo ontologico, nel riconoscere la differenza nell’identità, o più semplicemente nel ricevere ogni volta con eguale emozione i doni di un artista grande e magnanimo.  

                                                                           Massimo Raffaeli

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