Bagliori nel buio

 

Perché, seguendo i tempi, non gettai un occhio
ai nuovi metodi e composti stravaganti?
Perché sempre scrivo d’un solo argomento,
e costringo l’invenzione in usuale veste,
sì che quasi ogni parola porta il mio nome,
mostrando da chi nasce e a chi è diretta?
                      William Shakespeare, Sonetto 76

 

La notte del tempo è forse l’origine. Dal fondo di quel buio proviene l’umanità dell’essere. La luce è dopo la nascita. Paradossalmente, è la luce la vera estranea. Se immaginiamo ciò che ci precede, al buio rivolgiamo pensieri e sguardi della mente; se ipotizziamo l’eternità, tentiamo di collocarla nel buio di un universo indifferente; se scendiamo verso le regioni del fondo, inevitabilmente al buio riferiamo il colore, quel liquido nero o vetro di fumo che rimanda alle atmosfere della Casa dei Morti, all’Ade, all’Isola da cui non c’è ritorno, i “luoghi non giurisdizionali” di cui parla Giorgio Caproni.

Il nero contiene e conserva ogni cosa. In una specie di regione ignota tutto attende di essere rilevato. Il mondo, gli oggetti, la natura. In quel nero si aprono fessure, tagli, crepe, passaggi attraverso i quali la luce s’insinua; lungo quei sentieri avviene di conoscere o riconoscere il mondo, gli oggetti, la natura. Rare e parcellizzate sono le verità del bianco, le virtù della luce che pronuncia e risveglia - dal sonno del tempo, nel tempo - le opere, il lessico concreto di ogni esistenza, la sua solidità, le geografie terrestri, ciò che l’occhio conosce quando la luce ordina le sue grammatiche affidandole all’oltre della percezione, consegnandole alle sintassi della coscienza e della memoria. Tutto torna al buio nel destino che si compie per spegnimento. La luce è una parentesi.

La condizione senza fine è quell’impalpabile catrame che si fatica a definire, che non ammette sinonimi, che denuncia la risibilità degli aggettivi e vanifica la scansione alfabetica dei dizionari. Il buio è stasi, silenzio, ascolto. Nel buio “sembra” che nulla viva, che nulla sia. Come nella notte fonda e totale, quella che non c’è più dato di attraversare e di conoscere e che portiamo come fisico suggeritore muto nelle vene scure del sangue.

Il buio ha loquacità misteriose e segrete, umili e struggenti. In esso convivono presenze e cosiddette “nature morte” che ospitano i resti di una umanità dissolta, sepolta, dileguatasi o scomparsa.

Alberto Rocco proviene dalla severa, complessa, amara nobiltà di un’arte cavata fuori dalle pietre di quel nero irrevocabile, solo a tratti solcato dagli episodi della luce, sorpreso dalle visite che sfumano la compattezza di una tela che non ha origine né fine. Rocco nasce da quel cammino a passi lenti, da un’antichità di andature che hanno lasciato tracce sul sentiero dello sguardo, sulla via della sapienza e dell’osservazione curiosa e sensuale che si rivolge all’esperienza del mondo sensibile, alla pietà per ogni sparizione, alla solitudine degli uomini e delle cose. La solitudine è lo sguardo e nello sguardo abita. Evita le parole quando il bianco rischiara o tocca ciò che esce dalle trame del nero come se per poco la maglia si allentasse e fuggissero gli aghi luminosi, bave di chiarore a sfiorare la madreperla di una conchiglia in un piatto, una pipa, l’alba o la soglia del sole verso sera, l’ombra scura di una casa, la schiena di un monte, di una collina.

Rocco insiste con la tranquilla ed inquieta pazienza di chi guarda con la discrezione perfetta del testimone invisibile. Ogni sua incisione è pagina e diario, segnatura del transito prima che la memoria svanisca. Ogni “impressione” pertiene al mondo e non ci dice se stia prima o dopo l’uomo, se il suo essere colta accada durante, frammento del tempo, come sul confine del respiro, come il cielo buio dietro le palpebre del sonno.

Rocco coniuga in sé mestiere e istinto, tecnica e misura di un’avarissima poetica esigente. Per visitarlo, bisogna oltrepassare la lucida prima patina, l’iniziale inganno che può celare l’insidia del sostantivo “maniera”. Paradossalmente, ha giù superato la dogana del realismo e occupa il territorio senza pedaggi che prevede e indica l’unica e disarmante trasparenza del nero.

Smirne del ’99, Bianchi del nero del ’98, la serie dei Landscape (che vale, da sola, un lungo, millimetrato racconto sul senso dell’esistere e sull’eterna chiarità del viaggio nelle innumerevoli varianti e tonalità, nei motivi, nelle eleganze estreme del silenzio), il rinoceronte di Omaggio a Dûrer del 1985, ‘800 del 1982 (scompaiono, al suo cospetto, i saggi su quel secolo e intero si recupera il senso di un mondo e di un’epoca fra il cristallo nitido della campanella di vetro e la damina che dimora per sempre in quel vuoto assoluto), le rose, le conchiglie, la tabacchiera, l’uovo, il calamaio, la caffettiera, il cavallino, un guanto, il burattino, i fossili, l’aglio: oggetti e cose, personaggi della sua scena di nomi comuni, gli eterni che occupano le soglie della discrezione, figli del mondo che non temono la morte. Nessuna imminenza li minaccia e, insieme, tutte consistono in quelle forme immobili come se avessero scelto la lingua dell’attesa che le cose serbano come un destino, la loro spesso perenne precarietà che può durare secoli e infrangersi nell’imponderabile istante che interrompe la sosta provvisoria.

Un’arte complessa, questa di Alberto Rocco, che sceglie la via contraria, voltando le spalle alla contemporaneità proprio nel punto esatto in cui decide d’essere uno sguardo terribile e arreso sulla vita e sulla storia, una forma intransigente dell’affermare la propria posizione esistenziale, civile e politica, percorrendo strade e sentieri che muovono da un’antichità di distanze e di archetipi per scegliere gli asfalti gelati e tragici di un oggi che non contempla il suo lessico figurale eppure ne è figlio legittimo. Gli anni dell’accumulo senza misura né identità (il carrello di un supermercato che contiene l’orgia e il disordine di merci e prodotti dai confini lisi fino alla sparizione - tra le righe di un quaderno a quadretti di quarta elementare e il disinfettante – segna il punto irrevocabile di una civiltà, l’esplosa sintassi di un blob, di una mescolanza che si fa onomatopeica pronuncia di un difetto del senso, rallentata sequenza di una sorta d’epifanico Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970) in cui le simbologie dell’occidente collassano nella deflagrazione che le dissipa di colpo. I fotogrammi in bianco e nero di Alberto Rocco costeggiano una fisionomia del pensiero che predilige la sottrazione facendone non solo la sua acuminata poetica ma un elemento di tenace opposizione che si tende come la schiena di un arco e supera il punto estremo di rottura, ne libera un verso che lascia la freccia invisibile e altissima nel cielo dopo aver oltrepassato il confine del dolore, là dove l’aria non può sanguinare, illeso niente che si scioglie in nulla.

Rocco sa tutto questo e conosce la terribile innocenza del sogno, ché altro non sono le sue creature, faticose offerte nell’apparente grazia del dono che non si ripeterà, misteri del miracolo d’un mestiere concreto come pochi, fatto di attrezzi, occhi, dita, respiro e nervi, ore del tempo, anni, pena e vertigine, tutto stipato nelle dispense anonime di un’esperienza che non ha confini, da un dove a questo adesso, verso l’oltre.

Ogni “maniera nera” è una stanza di misure e limiti, divisa tra la perfetta dignità iconica e un’esclusiva, inedita sensualità che emerge come la sepolta imago convocata dall’opera minuziosa di chi la disseppellisce dal cupo e orizzontale abisso della lastra verso il quale la punta scende a cercare quel che c’è, giù fin nelle profondità di quel sommerso mondo ignoto da cui, ogni volta, si salva l’indispensabile, il reperto che allude o serba, intatta nella sua forma, una presenza della vita che si affida all’adesso dal remoto inudibile, quasi spoglia, essa stessa, del tempo dell’oggi, riesumata da un’archeologia del presente e per questo antica come ogni futuro.

È appena dietro la curva del tempo il Seicento da cui salpa, visto di spalle, seduto alla luce del giorno o della lampada, l’incisore paziente che compone i fogli delle sue visite, navigatore d’una cosmogonia tutta interiore che delega al riconoscimento altrui la vocazione ad essere deponendo in suo favore. “Or vedi i servigi che occhi han reso ad occhi”: dallo Shakespeare del Sonetto 24 altro suggerimento a suffragio di Alberto Rocco e d’un lavoro che assume l’alfabeto della dedizione eslcusiva per dire il passaggio e raccontare ciò che davvero ha visto, la nuda, struggente verità che non ha voce, quella nomenclatura che si fissa in una sorta di “impressione” dal vivo dell’esperito, del conosciuto, dell’appena percepito.

Ci sono forme che chiedono e chiamano alcuni sensi, oltre lo sguardo: il tatto e il gusto, come il corpo montuoso della donna in quel “flash” che perdura il tanto necessario ad iscriverlo nel nostro paesaggio della memoria, epifania del turbamento e del "vero” da “percorrere” come Baudelaire nel sonetto “La Géante”; o la pesca tagliata fuori dal piatto di vetro, in una solitaria posizione che accentua l’isolamento e l’esclusività di quel frutto dentro il bianco di luce nera, nella trama perfetta che lo racconta alla nostra attesa di divoratori di cose lungo l’argine di una nostalgia della natura che forse altro non è che un sogno, l’illusoria certezza che sia stato, al mondo, un universo integro e compiuto d’armonie perdute. Come l’innocenza.

Rocco non chiude i suoi soggetti nell’algida e incantata elegia immobile del museo, ma li evidenzia secondo il trucco della “maniera”, li estremizza e ferma in un’apparente lucore gelato che invece possiede la densità impura dello strazio, quasi una lacerata intensità del grido che si affida muto alla “scena” e ad essa assegna tutto il vantaggio del senso.
Così questo strano teatro di sostantivi si popola di concretezze leggere, di delicate pesantezze. Rocco si estenua nelle virtù della grazia perché, di quel paradiso, sa tutto l’orrore insanabile, l’inavverabile redenzione. Che sia l’arte l’unico “empireo” possibile? Che consista in quei “fuochi” tutto il candore di questa maestrìa che fa contemporanea e perciostesso anacronistica la bellezza che convive con la violenza e il sangue? Che tutta la perfezione delle sue incisioni su rame racchiuda la ferita che non si sana per la crudeltà dell’umano? Che quei bagliori siano la pronuncia niente affatto arresa della pietà che tenta, come può, di aprirsi varchi nel buio a confermare la vita e quel tanto di “serena disperazione”?

 

Francesco Scarabicchi

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